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E’ raro il caso di artisti, soprattutto nell’ambito delle arti
figurative o della visione, come preferirei dire seguendo
Carlo Ludovico Ragghianti, che l’approfondimento tecnico, la specializzazione stilistica si accompagnino ad una
persistente, quasi ossessiva, spontaneità di immaginazione e rappresentazione.
E’ questo il caso di Aniello Scotto, artista introverso nell’ispirazione di fondo ma fortemente rappresentativo nella capacità e volontà di esprimere il suo mondo poetico, i suoi stati d’animo.
Nato nel 1959, ha frequentato il Liceo artistico e l’Accademia delle Belle Arti.
Fra i suoi maestri Domenico Spinosa e Bruno Starita. Debutta con una sua personale a Giugliano, in provincia di Napoli, già nel 1975. Nel 1982 riceve un primo importante riconoscimento, pur se la sua opera, sin dagli esordi, si
caratterizza per un connaturato anticonformismo. Si tratta del Premio “Primo Vere”, conferito dalla Accademia Nazionale di San Luca di Roma per l’incisione Apocalisse.
Nel 1986 Scotto incontra il poeta Gerardo Pedicini e, dalla loro amicizia, nasce un volume particolarmente interessante, presentato anche al pubblico Spagnolo: Dodici sonetti ancipiti per dodici capricci incisi.
L’anno dopo un altro incontro decisivo nel percorso formativo del giovane artista, quello con PietroAnnigoni e
Fabrizio Clerici.
Accanto all’attività squisitamente creativa, Scotto colloca quella, anch’essa fondamentale, di maestro, aperto alla sensibilità e alle aspettative dei giovani, come docente di “Tecniche dell’incisione” e di “Disegno artistico”
presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli.Sono numerosissime le mostre di Scotto e le partecipazioni a collettivi
artistici, fino alle più recenti ed importanti, come quelle tenute, al Museo Pulcinella e all’altra, nell’aprile 2005, a Villa Campolieto dal titolo Fuori dal mito.
Fuori dal mito Scotto trae, finalmente, Pulcinella, rappresentato senza maschera, oltre ogni abusato tradizionalismo
ma senza alambicchi pseudoletterari. E’ qui che emerge con tutta la sua forza la personalità cupa e solare ad un
tempo dell’artista, la sua prepotente capacità di rappresentazione figurativa insieme ad un coerente uso del colore
quasi monocromatico.Tratti che si ritrovano nel nuovo percorso inaugurato con Io, Domitilla, prostituta pompeiana
che ritorna dall’ antico passato con tutta la forza bacchica della sua condizione eppure come stupita dalla tragedia
che,in fondo avvolge la vita, qualunque vita.


Ernesto Paolozzi